L’Italia riapre i battenti. Dal 3 giugno avvio della nuova fase per la ripartenza. Ma l’Italia del lavoro, dal commercio all’industria, fatica a riaprire.

Venerdì, 5 Giugno, 2020

Guarini: «Le incertezze nella prima fase di riapertura e i colpevoli ritardi nell’erogazione del sostegno al reddito ai lavoratori ci chiamano ad una rinnovata assunzione di responsabilità»

Roma, 5 giugno 2020 - L’Italia riapre i battenti. Dalla mezzanotte del 3 giugno sono riaperti i confini regionali e dopo circa tre mesi e oltre 33.500 morti per coronavirus, gli italiani sono completamente liberi di muoversi nel Paese.

Con l'avvio della nuova fase cade l’obbligo dell’autocertificazione che ha caratterizzato i 100 giorni di pandemia - e si può liberamente circolare tra una regione e l’altra senza alcuna giustificazione - come anche cade l’obbligo della quarantena di 14 giorni per chi proviene dai Paesi dell'area Schengen e dalla Gran Bretagna. Restano in vigore, invece, gli altri obblighi previsti e cioè, continuare ad usare la mascherina nei luoghi al chiuso accessibili al pubblico, inclusi i mezzi di trasporto, così come sarà necessario mantenere il cosiddetto distanziamento sociale di un metro.

Rigorosamente vietati gli assembramenti. Rimane anche l'obbligo di rimanere in casa per chi è in quarantena e per chi ha un'infezione respiratoria con febbre superiore ai 37,5 gradi. Il prossimo step sarà, infine, quello del 15 giugno quando potranno partire i centri estivi per minori nonché cinema e teatri mantenendo però il rispetto della distanza. L’Italia dunque riapre i confini interni. Ma c’è un’Italia del lavoro che resta chiusa o rischia di chiudere per sempre.

A due settimane dall'avvio della Fase 2, delle quasi 800 mila imprese del commercio e dei servizi che sono potute ripartire, solo l'82% ha riaperto l'attività: il 94% nell'abbigliamento e calzature, l'86% in altre attività del commercio e dei servizi ma solo il 73% dei bar e ristoranti. Il 18% delle imprese che potevano riaprire non l'ha ancora fatto e la percentuale sale al 27% tra bar e ristoranti. Soprattutto, per quasi il 30% delle imprese che hanno riaperto, rimane elevato il rischio di chiudere definitivamente a causa delle difficili condizioni di mercato, dell’eccesso di tasse e burocrazia e della carenza di liquidità.

La pandemia ha colpito duramente anche l'industria, che pure attraversava nel pre-Covid problemi strutturali con oltre 149 tavoli di crisi aperti al ministero dello Sviluppo economico. Il segretario generale della Fisascat Cisl Davide Guarini rilancia sul ruolo della contrattazione «per accompagnare le riaperture con la definizione di nuovi modelli organizzativi, condivisi e sostenibili, finalizzati al mantenimento dell’occupazione e a garantire salute e sicurezza nei luoghi di lavoro».

Il sindacalista ricorda che «sono stati mesi difficili per i lavoratori del commercio, turismo e servizi, tra i settori del terziario privato a vario titolo maggiormente coinvolti dai provvedimenti del Governo finalizzati a fronteggiare la pandemia ma anche pericolosamente esposti al contagio, con oltre 2milioni di addetti nella fase del lockdown in prima linea nel garantire le aperture dei servizi ritenuti essenziali nei settori della distribuzione commerciale dei generi alimentari e farmaceutica come nei servizi di pulizia e in quelli dell’assistenza e della cura alla persona».

«Altri 5 milioni di addetti del commercio, turismo e servizi sono stati interessati dall’ammortizzatore sociale tra Fis e Cigd, e molti di questi da circa due mesi sono ancora in attesa di ricevere il sostegno al reddito con un colpevole ritardo da parte delle istituzioni» ha stigmatizzato Guarini sottolineando ancora una volta «quanto, in questa fase, la bilateralità contrattuale abbia contribuito a dare risposte all’emergenza nell’erogazione di prestazioni sanitarie attraverso i fondi di assistenza sanitaria integrativa e, più recentemente, nel sostegno al reddito dei lavoratori del terziario distribuzione e servizi coinvolti dall’emergenza nonché per l’acquisto dei mezzi e dei dispositivi di protezione individuali, dimostrando ancora una volta la validità delle relazioni sindacali partecipative e degli strumenti bilaterali messi in campo attraverso la contrattazione».

«Il compito della bilateralità a sostegno del sistema contrattuale non è ancora terminato ma bisogna traguardare ad un periodo più ampio rispetto a quello definito con i primi interventi» ha poi evidenziato il segretario generale della Fisascat Cisl annunciando di aver richiesto ai fondi di assistenza sanitaria integrativa di settore Fondo Est e Quas, insieme alle altre federazioni sindacali di categoria e le associazioni imprenditoriali di settore, di continuare a garantire le prestazioni almeno fino al 31 ottobre».

«Le incertezze che si stanno manifestando nel primo periodo di riapertura delle attività ed i colpevoli ritardi nell’erogazione del sostegno al reddito ai lavoratori – ha concluso il sindacalista – ci chiamano ad una rinnovata assunzione di responsabilità contrattuale a supporto delle lavoratrici e dei lavoratori».